De profundis
9 AGO 20

Mea culpa: sono un cristiano triste, di quelli che non servono a nulla; diquelli che - differenza di atei e non cristiani - non meritano curenell'ospedale da campo, potendo assumere solo le vesti di infermieri, oppure - se non ci riescono - risultano molesti e dannosi, farisei, sepolcriimbiancati. Il mio peccato imperdonabile? Dedicarmi alla famiglia, cercaredi non far del male agli altri, ma non voler "uscire". Ma "Uscire" nel mondoper trovare cosa? Per trovare un mondo che ormai - molto più che inpassato, anche nell'antichità - disprezza e calpesta sistematicamente tuttiquei valori (sia cristiani che religiosi) in nome dei quali vengo invitatoad uscire? Un mondo di certo disposto a incassare quello che i cristianidanno ma che sotto sotto continua disperezzarli! Parrocchie fatte di fedeliche sempre più spesso pensano che la chiesa serva solo a far del beneall'uomo e che forse neppure è così essenziale che Cristo sia davveroresuscitato? Siamo sinceri: in occidente, chi vuole professarsi cristianofedele alla tradizione ed "esce" verso il mondo non trova alcuna gioia ma laprospettiva del "martirio morale" rappresentato dell'isolamento dellasensazione di frustrazione e fallimento che deriva dalla consapevolezza chequello che il mondo ormai vuole dalla chiesa (e che anche molti degli stessifedeli vogliono) è il pane gratis, mentre Dio, la fede, la salvezza eterna,la liturgia sono optional ed orpelli, che vanno bene giusto per convincere imeno intelligenti come me. E qui arriviamo al punto: il martirio si puòaccettare (e comunque chiedere) solo in nome di idee forti che si considerano infallibilmente vere e giuste. Ed invece neppure questo: nessungiudizio per i non cristiani in nome di un perdono universale che somigliacosì tanto all'indifferente tolleranza predicata dalla religione laica della modernità. In compenso, sia anatema per tutti i fedeli "non allineati", che però forse sono solo "disorientati". Un poco di pietà anche per noi, Santità.